Transizione ecologica e disuguaglianze sociali, la sfida è totale
Per affrontare il cambiamento climatico non basta ripensare le politiche energetiche e ambientali: tutti i settori della società devono partecipare a questa partita, a cominciare dal mondo del lavoro.
di Giulia Greppi, Percorsi di secondo welfare
Siccità e alte temperature, frane e inondazioni. I fenomeni naturali hanno da sempre segnato i ritmi delle società. Negli ultimi anni, complici fenomeni quali l’industrializzazione, la globalizzazione e l’elevata produttività, i cambiamenti climatici si sono fatti evidenti, accompagnati anche da una crescente sensibilità sul tema e da un’attività di ricerca che divenuta con il tempo più mirata.
Il cambiamento climatico è un fenomeno che tocca tutte le persone, ma che non ha lo stesso peso su tutti. È per questo motivo che, nel pensare a strategie per fronteggiare questo fenomeno, è necessario promuovere un cambio di paradigma. La transizione ecologica deve tenere in considerazione le crescenti disuguaglianze sociali e può costituire, per questa ragione, un’occasione per ripensare il mondo del lavoro.
Partire dai margini
Come sottolinea il Global Climate Risk Index, le conseguenze dei cambiamenti climatici a livello ambientale e di salute colpiscono maggiormente i Paesi a basso reddito ma anche le persone più povere in quelli ad alto reddito. Questo accade perché i Paesi che hanno minori risorse sono spesso più esposti ai rischi: si stima che le Nazioni in via di sviluppo corrano il rischio di subire un disastro naturale collegato al clima 80 volte di più delle nazioni sviluppate. Inoltre, gli Stati – e le persone – che hanno meno risorse hanno una minore capacità di adattamento e, spesso, impiegano più tempo a fronteggiare queste crisi.
Sicuramente a livello sia nazionale che globale questo fenomeno ha un impatto sulla biodiversità, la qualità dell’aria e dell’acqua e la disponibilità delle risorse naturali come l’acqua potabile e il cibo. Il fenomeno della crisi climatica comporta dunque gravi rischi per la salute umana e la sicurezza alimentare. Ma la crescita delle temperature, l’eccesso o l’assenza di precipitazioni e l’aumento del livello del mare causano problemi soprattutto alle persone più fragili. Pensiamo alle stagioni estive segnate da picchi di calore: la salute delle persone anziane è più colpita da questi fenomeni.
Politiche inclusive, in tutti i settori
Nel disegnare le politiche che intendono fronteggiare questo fenomeno, come la transizione energetica, è necessario quindi avere in mente chi è più vulnerabile. Si parla di transizione giusta, infatti, per sottolineare la necessità di portare avanti misure che siano sì favorevoli a ridurre i gas climalteranti, ma che abbiano altresì un’attenzione particolare alla giustizia sociale.
Le politiche per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico dovrebbero coinvolgere attivamente i gruppi più vulnerabili, come le donne (ne abbiamo parlato in un nostro precedente approfondimento) e le persone povere e, pensando al livello globale, le comunità indigene. Questi gruppi peraltro spesso subiscono maggiormente gli effetti del cambiamento climatico e possono contribuire con conoscenze e soluzioni innovative.
Inoltre, è auspicabile il coinvolgimento di tutti i settori della società per affrontare la sfida del cambiamento climatico in modo equo e sostenibile. Ad esempio, i programmi che vogliono favorire l’accesso all’energia sostenibile dovrebbero includere meccanismi di finanziamento per l’installazione di sistemi di energia solare o di biomassa in aree rurali o in comunità a basso reddito. In questo senso le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) rappresentano un esempio interessante del possibile legame tra sostenibilità ambientale e sociale.
Partire dal lavoro
Come spiega l’European Environmental Bureau (EEB), la più grande rete europea di organizzazioni e associazioni di cittadini che si occupano di ambiente, per affrontare la crisi climatica bisogna ripensare anche l’economia e il mondo del lavoro.
Con la pandemia alcuni settori hanno innovato il mercato nelle sue caratteristiche tradizionali. Un esempio è stata la grande diffusione del lavoro agile, che ha portato molte organizzazioni a ripensare gli spazi aziendali. Un’altra novità è l’affermarsi di approcci volti a ridurre l’orario lavorativo. Come spiegano alcuni ricercatori, il rallentamento dei ritmi di lavoro ha portato benefici anche in termini di sostenibilità: dal momento che le persone non sono costrette a spostarsi, infatti, si ha una generale riduzione del potenziale di riscaldamento globale.
Tuttavia, lo spostamento verso lo smart working sembra essere stato un fenomeno perlopiù passeggero in Italia. Secondo la rilevazione Istat “Situazione e prospettive delle imprese dopo l’emergenza sanitaria Covid-19” nel febbraio 2022 il 6,6% delle imprese segnalava l’utilizzo di modalità di lavoro a distanza. Nella rilevazione precedente (autunno 2021) la quota era dell’11,3% mentre si attestava oltre il 20% nell’indagine condotta tra marzo e maggio 2020.
La nostra sostenibilità energetica è stata messa in discussione anche con la recente guerra della Russia in Ucraina. Quanto è avvenuto negli scorsi due anni, quindi, è un cambiamento da tenere necessariamente in conto per ripensare sia il mondo del lavoro, sia il nostro consumo energetico per una reale transizione ecologica, come sottolinea l’EEB. Secondo il network, inoltre, è necessario abbandonare gli standard produttivi che si basano sulla crescita esponenziale del PIL e adottare un approccio più sostenibile, in tutti i sensi, a partire dal ripensamento del lavoro in termini di spazi, orari e mansioni. Bisogna, quindi, pensare di intervenire in ottica sostenibile non solo nei settori in cui il tasso di inquinamento è maggiore, ma in maniera trasversale in tutto il mondo del lavoro.