Sostenibilità, il ruolo dei giovani in Italia
Le generazioni più giovani sono sempre più sensibili ai temi dello sviluppo sostenibile ma, almeno nel nostro Paese, il loro peso politico appare limitato. Creare condizioni che favoriscano l’ascolto delle loro istanze e adottare politiche che le mettano in pratica è però fondamentale.
di Lorenzo Bandera, Percorsi di secondo welfare
Come spiegato in un precedente articolo, negli ultimi anni le sfide sociali, economiche e ambientali che si pongono innanzi alla nostra società si sono fatte progressivamente più complesse. Secondo molti osservatori, per affrontarle appare sempre più evidente e necessaria l’adozione di approcci integrati, globali e preventivi basati sui principi di sostenibilità definiti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Tale documento, sottoscritto nel 2015 dai 193 Paesi membri dell’ONU, definisce 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs), che vanno dal contrasto alla povertà e alla garanzia della parità di genere, dallo sviluppo di città sostenibili alla tutela dell’ambiente, fino alla creazione di partnership istituzionali sempre più forti per garantire un mondo vivibile in cui siano garantiti pari diritti per tutti. E con “tutti” si intendono anche coloro i quali non hanno ancora messo piede sulla terra.L’Agenda 2030, infatti, specifica come occorra soddisfare i “bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”[1]. Eppure, ad oggi, neanche i “tutti” che già vivono sulla terra sembrano essere particolarmente considerati da chi è chiamato a prendere decisioni politiche. Quanto meno in Italia.
Stiamo parlando dei giovani che, nonostante abbiano una forte sensibilità verso i temi della sostenibilità, che spesso sfocia in nuove forme di attivismo e impegno personale e/o sociale, sono scarsamente considerati dalla politica. A essere ignorati sono soprattutto gli appartenenti alla cosiddetta generazione Z (i nati tra il 1997-2012), pur essendo coloro che evidentemente hanno più interesse ad ereditare un mondo sostenibile: le loro richieste e aspirazioni sono quelle forse meno considerate.
L’attivismo dei giovani e la politica
Eppure, come detto, molti giovani sono oggi impegnati attivamente per promuovere la sostenibilità e migliorare le condizioni dei luoghi in cui vivono e delle persone che li abitano. Al di là dei grandi movimenti che hanno preso piede negli ultimi anni, come i Fridays for Future che si sono diffusi grazie soprattutto all’impegno di Greta Thunberg, tanti giovani nelle diverse condizioni in cui si trovano a vivere cercano di affrontare i temi della sostenibilità ambientale e sociale in modo creativo ed efficace. Nonostante le grandi difficoltà che questo comporta.
Secondo una recente ricerca di IPSOS, a seguito della pandemia di Covid-19 il 41% dei giovani della Gen Z si sente più sfiduciato (41%), fragile (31%) e triste (28%), e in generale il 44% degli under 25 si percepisce come “escluso dalla società”. Questo tuttavia non significa arrendersi. Rispetto alla generazione dei loro genitori mostrano il doppio del coraggio (14% vs. 6%) e della profondità (18% vs. 9%), ma, soprattutto, vogliono impegnarsi per cambiare la realtà: lo dice il 74% di loro. Per farlo i giovani che hanno partecipato alla ricerca hanno indicato alcuni obiettivi prioritari: ambiente, ridistribuzione della ricchezza, stabilità nel lavoro, parità di genere e solidarietà fra le persone. In una parola: sostenibilità.
Il come, tuttavia, resta spesso relegato all’impegno personale – maggiore utilizzo del trasporto pubblico, riduzione degli sprechi alimentari, meno acquisti – o, al più, all’adesione a progetti, iniziative e manifestazioni di sensibilizzazione. Nel caso dei più grandi della Gen Z, questo impegno si declina anche in una nuova concezione di imprenditorialità, appunto più sostenibile, che spinge a costituire imprese sociali o aziende benefit che cercano di risolvere problemi legati alla sostenibilità presente e futura.
Tuttavia, questi variegati sforzi restano spesso inascoltati da chi prende le decisioni. E le conseguenze si vedono anche nella partecipazione dei giovani alla vita politica. Come ha scritto Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera a seguito delle elezioni di Lombardia e Lazio – che hanno registrato i tassi più bassi di partecipazione da quando esiste il voto regionale (rispettivamente 41,7% e 37,2%) – i dati di Eurobarometro ci dicono che i giovani tra i 16 e i 30 anni che non hanno alcun interesse nella politica sono appena il 10%; tutti gli altri si dicono in generale interessati.
Il problema è che circa il 40% non considera il voto come uno strumento efficace per far sentire la propria voce e proprio per questo preferisce impegnarsi in manifestazioni o movimenti di protesta, petizioni o contatti diretti con politici e amministratori. “Questo si riflette sulla partecipazione: molti giovani non votano, pochi si candidano o vengono candidati, ancor meno vengono eletti”, ha scritto Ferrera. In altre parole, i giovani sono molto attivi e interessati, sicuramente più delle altre generazioni, ma non vedono nella politica rappresentativa lo strumento adeguato per perseguire i propri scopi.
Questo deficit di rappresentanza “accresce ulteriormente il peso politico degli anziani, già forte a causa dell’invecchiamento demografico e al fatto che l’astensionismo tende a diminuire con l’età”, ha aggiunto Ferrera. E poiché i politici sono tenuti, in teoria, a rispondere a chi li vota, la scarsa partecipazione dei giovani – che già elettoralmente pesano poco – mette i temi a loro cari ancora più ai margini.
Più educazione per tutti
Come intervenire dunque per fare in modo che quella sostenibilità così al centro del pensiero dei più giovani pesi anche nelle scelte politiche?
Da un lato servirebbero maggiori impegni educativi che partano dalla scuola: oggi appena il 15% dei giovani dice di non aver mai ricevuto stimoli dal sistema scolastico per impegnarsi nella vita pubblica. A questo sforzo di educazione che, riduttivamente, potremmo indicare come “civica”, dovrebbero tuttavia affiancarsi anche i media e i corpi intermedi, tra cui le Fondazioni, che potrebbero svolgere un ruolo importante per intercettare i giovani e incanalare il loro attivismo lungo strade in grado di influenzare maggiormente le scelte istituzionali.
Ma ancora più importante, dall’altro, appare l’educazione delle istituzioni e della nostra classe politica, oggi schiacciata su decisioni legate al consenso nel breve periodo e apparentemente incapace di comprendere che ascoltare la voce dei giovani è fondamentale per garantire non solo la sostenibilità futura, ma l’esistenza stessa della società italiana. La scarsa partecipazione dei giovani alla vita politica rischia infatti di indebolire ulteriormente un sistema democratico messo duramente alla prova dagli avvenimenti degli ultimi anni, ma anche di portare tanti giovani a scegliere di andarsene da un Paese che non li cura e non li ascolta. Sembra quasi banale da dire, ma come possiamo garantire un futuro dell’Italia se nessuno, a partire dai più giovani, è disposto a investirci?
In questo senso un segnale di cambio di rotta potrebbe arrivare da una scelta forte come quella di anticipare l’età del voto. Quella che potrebbe apparirenel peggiore dei casi una strada utopistica e, nel migliore, naïf, potrebbe infatti dare un segnale forte ai giovani che, come abbiamo detto, sono sfiduciati ma non mancano della voglia di cambiare il mondo. Accanto a politiche maggiormente attente alle loro esigenze, che tuttavia in questa fase dovrebbero venire “dall’alto” a fronte di una presa di consapevolezza istituzionale sul futuro, occorre dire ai giovani che la loro voce conta. Come spiega dettagliatamente la ricercatrice Elisabetta Cibinel, il voto ai sedicenni può essere uno stimolo tanto per ragazzi e ragazze che per i sistemi sociali in cui sono inseriti. Per invertire una deriva che non possiamo permetterci.
Il contributo di Fondazione Lottomatica al dibattito
Le riflessioni sulla sostenibilità, anche alla luce di quanto sopra riportato, sono cruciali per affrontare adeguatamente le sfide sociali, economiche e ambientali del nostro tempo. Per contribuire a tale dibattito, Fondazione Lottomatica ha avviato un lavoro di riflessione che vede coinvolto Percorsi di secondo welfare, Laboratorio dell’Università degli Studi di Milano che da oltre un decennio studia e racconta tali dinamiche, prestando particolare attenzione a quelle che riguardano le politiche sociali. L’obiettivo è aiutare a comprendere come lo sviluppo sostenibile possa permeare, e in parte già permei, diversi settori della nostra società e veda impegnati numerosi attori pubblici, privati e non profit. In questo senso sono stati già pubblicati i seguenti articoli:
- Sostenibilità ambientale, inclusione sociale, diritti: responsabilità sempre più condivise
- Impresa sostenibile e filantropia strategica
- La sostenibilità ambientale è anche una questione di genere?
Nei prossimi mesi ne seguiranno altri che riguarderanno, ad esempio, lo sport, la filantropia, le politiche di genere, ma anche il welfare aziendale e gli approcci di diversity & inclusion.
[1] Per approfondire i contenuti dell’Agenda 2030 si rimanda al sito dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.