Le ondate di calore sono un problema anche sociale
Il riscaldamento delle temperature solitamente è messo in relazione alle questioni ambientali. Tuttavia, anche le ricadute sociali sono numerose e pesanti: come mitigare l’effetto del caldo sui più fragili?
di Chiara Lodi Rizzini, Percorsi di secondo welfare
Le ondate di calore sono ormai ricorrenti nel nostro Paese e nel mondo: negli ultimi due anni il nostro continente ha registrato continuamente temperature record. Le conseguenze dei picchi di calore sono numerose e di vario genere. La questione ambientale è ovviamente fondamentale, ma questa condizione incide profondamente anche – per esempio – sul nostro modo di abitare e di lavorare. Sono dunque articolate e molto significative anche le conseguenze sociali delle ondate di calore, specialmente per alcuni gruppi di persone.
Ondate di calore: le conseguenze sociali sui più fragili
Le ondate di calore sono un fenomeno sempre più frequente, intenso e duraturo. Solo negli Stati Uniti si stima che il numero medio sia salito da 2 ondate nel decennio 1960-1970 a 6 in quello 2010-2020 e che la “stagione delle ondate” duri 49 giorni in più rispetto al 1960. Se la media di un’ondata di calore in Italia è stata di 13 giorni nel 2023, nel 2080 potrebbe raddoppiare a 61 giorni, divenendo di fatto la normalità estiva.
Le ondate producono conseguenze su molti fronti. Ad esempio, determinano siccità, perdite in agricoltura e crisi energetiche e aumentano il rischio di incendi e la mortalità. Secondo uno studio pubblicato su Nature nell’estate 2022, la più calda mai registrata in Europa, ci sono stati 61.672 decessi connessi al caldo. L’Italia è il Paese sia con il numero più elevato di decessi (18.010), che con il tasso di mortalità più alto (295 morti per milione di abitanti). Il dato è ovviamente condizionato dall’età media della popolazione – gli anziani, dai noi molto numerosi, sono tra i soggetti più vulnerabili – ma è evidente che il fenomeno costituisce un problema molto serio per il nostro futuro. Oltre agli anziani, i soggetti più fragili sono i bambini, sia per ragioni fisiologiche, sia perché non sono ancora in grado di mettere in pratica comportamenti per auto-proteggersi dal calore. Unicef stima che i bambini in Europa e in Asia centrale saranno esposti a ondate di calore sempre più frequenti entro il 2050 (4,5 ondate o più per anno); l’81% sarà esposto a ondate di lunga durata (4,7 giorni o più) mentre il 28% a ondate di forte intensità (2 gradi o più rispetto alla media locale).
Altra categoria particolarmente esposta è quella dei lavoratori di alcuni settori professionali, come operai impegnati in attività produttive che producono calore, o all’aperto, o che indossano abbigliamento/equipaggiamento di protezione pesante: oltre i 38 gradi infatti, il rischio di infortuni sale del 10-15% (ETUI 2022). Infine, se la popolazione più povera è generalmente più vulnerabile – perché, ad esempio, vive in alloggi sovraffollati, spesso più esposti al sole e senza condizionatore – sono le persone senza dimora ad essere più esposte. Non solo in quanto non hanno riparo, ma anche perché non riescono a idratarsi, nutrirsi e curarsi. Solo per dire, nella città di Phoenix – una delle più calde degli USA – nel 2022 più della metà dei soggetti deceduti per calore era rappresentata da senza fissa dimora (Yale Climate Connections). Nonostante l’abitudine a pensare al problema del freddo per chi non ha una casa dove ripararsi, occorre iniziare quindi a considerare anche l’evento opposto.
Come mitigare l’impatto?
Senza entrare qui nel merito delle azioni che possono contrastare l’innalzamento delle temperature, come si può agire per mitigarne le conseguenze?
Anzitutto proteggendo coloro che sono più vulnerabili. Infatti, il caldo, mettendo sotto ulteriore stress l’organismo, amplifica i problemi di salute, salute mentale, dipendenze e disabilità. Dotare le persone che ne soffrono di strumenti per alleviarne l’impatto è quindi fondamentale, ad esempio assicurando l’accesso alle cure mediche, ai farmaci e al cibo. Una via maestra in questo senso è quella delle reti di prossimità, che possono costituire un presidio sociale per il disbrigo di pratiche e commissioni, per la distribuzione di viveri e per mantenere le relazioni tra persone. Alcuni studi che hanno iniziato a indagare l’impatto di queste misure confermano infatti come i progetti che intervengono sull’isolamento siano efficaci e poco costosi nel ridurre la mortalità, ad esempio, tra gli anziani.
Centrale è poi riprogettare gli spazi urbani dotandoli di aree verdi e di piante, così da contrastare le cosiddette isole di calore, aree in cui la temperatura media raggiunge picchi particolarmente alti. Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, ipotizzando di coprire la superficie urbana per il 30% di alberi il numero di morti legate al calore calerebbe di più di un terzo. Anche le abitazioni possono essere protette dal caldo sia con materiali specifici per le nuove costruzioni, sia incrementando le aree verdi cortilizie o l’impiego di tendaggi per le abitazioni esistenti. C’è poi la partita del lavoro, che nella stagione estiva, o almeno durante i picchi di calore, dovrebbe essere riorganizzato in termini di turni, adeguatezza del posto di lavoro, dispositivi di protezione individuali e indumenti protettivi, in modo da limitare l’esposizione dei lavoratori.
Infine, serve promuovere una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini sui comportamenti da adottare, ad esempio attraverso programmi di educazione e formazione rivolti ai lavoratori dei settori a rischio o a coloro che si prendono cura di soggetti fragili, come insegnanti e caregiver, affinché tutti possano auto-tutelarsi dal rischio.