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Invecchiamento, longevità e sostenibilità

Invecchiamento, longevità e sostenibilità

Attualmente un individuo su quattro è anziano, e questa proporzione è destinata ad aumentare. Tuttavia, vivere di più non significa vivere meglio. Pertanto, è fondamentale adottare un nuovo approccio concettuale nell’interpretazione dell’invecchiamento, spostandoci dal paradigma di vecchiaia verso una prospettiva più ampia di longevità.

di Celestina Valeria De Tommaso, Percorsi di secondo welfare

Gli anziani rappresentano il 24,1% della popolazione italiana, il che significa che circa 1 individuo su 4 è anziano. È ormai noto che il nostro Paese è immerso in un inverno demografico, intrappolato nella spirale “pochi figli nel passato, meno genitori oggi, meno figli in futuro”. A testimonianza del rapido invecchiamento della popolazione, i principali indicatori demografici dell’Istat mostrano che l’indice di vecchiaia (il rapporto tra anziani over 65 e la popolazione giovane tra 0 e 14 anni) è aumentato di circa 60 punti percentuali tra il 2000 e il 2023, passando da 131,7 a 193,3 (ovvero, ogni 100 giovani ci sono 93 anziani). Il rapporto tra anziani e popolazione in età lavorativa – l’indice di dipendenza – è salito di circa 11 punti percentuali, passando da 27,9 a 38. Questo squilibrio demografico è destinato a crescere ininterrottamente ed è quindi un punto di discussione ineludibile nel panorama pubblico e politico.

In questo contesto l’invecchiamento della popolazione è stato identificato come uno dei nuovi rischi sociali. Tuttavia, l’invecchiamento in sé non è un fenomeno nuovo: le nostre società sono diventate gradualmente più anziane nel corso dei secoli. Lo Stato Sociale, nato in Europa verso la fine del XIX secolo in risposta alle sfide legate al processo di modernizzazione, ha avviato un processo di socializzazione graduale dei rischi e di istituzionalizzazione della solidarietà tra individui e gruppi in caso di eventi prestabiliti durante il corso della vita, come malattia, disoccupazione, infortunio e vecchiaia. Pertanto, l’invecchiamento della popolazione è uno dei rischi tradizionali a cui il welfare state ha progressivamente riconosciuto una vasta gamma di diritti sociali, come quelli previdenziali (percepire un reddito mensile – la pensione – in assenza da reddito da lavoro).

Un aspetto nuovo nel secolo in cui viviamo è la longevità. L’aumento della speranza di vita a 65 anni è la conseguenza di notevoli progressi nelle tecnologie mediche e delle migliori condizioni di vita (sociali ed economiche) nelle società occidentali. Negli ultimi 10 anni l’aspettativa di vita a 65 anni è passata da 18,9 a 20,4 anni. In altre parole, le società non sono solo più vecchie, ma più longeve, ovvero la durata della vita è notevolmente superiore alla media di qualche decennio fa.

La longevità, non l’invecchiamento, comporta nuovi rischi sociali. L’aumento della sopravvivenza tra gli anziani, molti dei quali sono in povertà relazionale poiché privi di una rete di solidarietà familiare, comporta un aumento dei bisogni di assistenza. Vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio; la domanda sociale di cure è aumentata significativamente negli ultimi vent’anni. Secondo l’Istat (2019), in Italia ci sono 3,8 milioni di anziani con una grave riduzione dell’autonomia nelle attività quotidiane di cura personale o domestiche. Il 32,3% della popolazione anziana presenta gravi patologie croniche e multi-morbilità. Ciò genera una forte pressione sul sistema sanitario nazionale e sulla spesa pubblica sociale dedicata alle prestazioni socio-assistenziali per la cura a lungo termine (o long-term care). La componente sanitaria della spesa pubblica per la long-term care nel 2022, pari a circa lo 0,7% del PIL, corrisponde al 10,2% della spesa sanitaria complessiva. Considerando l’impatto del fattore demografico sulla spesa sanitaria, questo rapporto è destinato a crescere di circa 10 punti percentuali fino al 2060 (Mef 2023).

Inoltre, come già menzionato, insieme all’aumento della speranza di vita degli anziani, dagli anni Ottanta del secolo scorso si osserva un progressivo rovesciamento della piramide demografica: sempre più anziani e molti meno bambini. L’effetto culle vuote ha evidenziato la questione della sostenibilità previdenziale e del mercato del lavoro: con la diminuzione della popolazione in età lavorativa, aumenta la percentuale di coloro che vanno (e andranno) in pensione. Il patto intergenerazionale, secondo cui il lavoratore di oggi (attraverso il versamento dei contributi previdenziali) contribuisce al pagamento delle pensioni correnti e lo farà anche il lavoratore di domani, è entrato in una fase di grande pressione.

Stime demografiche indicano che nel 2100 il rapporto anziani-lavoratori sarà di 1 a 1. Un problema che deriva non solo dalla dinamica demografica, ma anche dalla storia istituzionale della previdenza italiana. La spesa pubblica sociale italiana è sbilanciata sulle pensioni, che ne rappresentano la componente più ampia, con un livello doppio rispetto alla media OCSE. Queste dinamiche si sono verificate nonostante l’introduzione di importanti riforme del sistema pensionistico dagli inizi degli anni ’90: il passaggio dal sistema retributivo (calcolato sulle retribuzioni percepite negli ultimi cinque anni di vita lavorativa) a quello contributivo (basato sulla storia contributiva del lavoratore), l’innalzamento dell’età pensionabile e l’indicizzazione delle aspettative di vita, al fine di arginare il processo demografico in atto e rendere il sistema più sostenibile (la cosiddetta Legge Fornero). L’invecchiamento della popolazione comporta quindi sfide importanti e nuove per i sistemi maturi di protezione sociale. È fondamentale promuovere un cambio di paradigma: l’importante non è solo vivere a lungo, ma vivere bene. Se all’invecchiamento non si accompagna un certo grado di benessere fisico, mentale e sociale, la longevità assume i connotati del decadimento funzionale e si riduce a un processo biologico involutivo. D’altra parte, invece, l’invecchiamento della popolazione può generare potenzialità non trascurabili e trasformarsi in un’opportunità di crescita economica con ricadute anche sull’occupazione.

L’Italia potrebbe fungere da modello per iniziative e soluzioni destinate ad affrontare l’invecchiamento in altri Paesi, diventando un punto di riferimento europeo per valutare l’efficacia degli investimenti in prodotti e servizi innovativi pensati per le esigenze dei cittadini anziani. La Silver Economy sta emergendo come risposta agli impatti dell’invecchiamento, influenzando tutti i settori dell’economia, inclusi edilizia abitativa, trasporti, alimentazione, assicurazioni, tecnologia, salute (e-health), comunicazioni, sport, tempo libero e viaggi. Questo nuovo approccio non è solo un mercato, ma piuttosto un’economia trasversale che coinvolge l’intera società ed economia.

Secondo uno studio pubblicato su Itinerari Previdenziali, l’impatto economico generato da beni e servizi destinati agli italiani over 50 è stimabile in almeno 583 miliardi di euro, corrispondenti a circa un terzo del PIL del 2021 (32,7%). Nel caso degli ultra-65enni, l’incidenza sull’economia nazionale potrebbe variare tra 297 e 350 miliardi di euro, rappresentando quindi tra il 16,6% e il 19,7% del PIL del 2021. La popolazione Silver si configura come un segmento di consumatori sempre più significativo, sia in termini quantitativi che qualitativi, richiedendo un nuovo approccio all’invecchiamento da parte dell’Italia. Questi dati ribadiscono l’importanza di superare gli stereotipi legati agli anziani concentrati solo sui servizi socio-sanitari. Oltre ai servizi pubblici, è cruciale considerare la diversità dei settori coinvolti nell’offerta di prodotti e servizi personalizzati per gli anziani italiani. Le loro abitudini di consumo indicano una preferenza per investimenti nella propria casa (mobili e servizi, ma anche utenze come acqua, elettricità e gas), prodotti alimentari e attività di prevenzione e cura della salute. Settori come domotica, nutraceutica[1], mobilità sostenibile e servizi personalizzati emergono come prospettive di innovazione ed espansione nel prossimo futuro.


[1] Il termine nutraceutica nasce dall’unione tra i termini “nutrizione” e “farmaceutica”.

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