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Il welfare aziendale e la sostenibilità delle imprese

Il welfare aziendale e la sostenibilità delle imprese

Sempre più aziende scelgono di perseguire la sostenibilità. Un ottimo esempio di questa nuova sensibilità è il welfare aziendale, specialmente quando coinvolge gli attori del territorio.

di Valentino Santoni, Percorsi di secondo welfare

La sostenibilità non è più una scelta. Sono sempre di più, infatti, le imprese produttive – italiane e internazionali – che pongono attenzione ai propri comportamenti in termini di impatto ambientale, sociale e verso la comunità. Come ha evidenziato Giuseppe Catturi, nell’articolo dal titolo Potere aziendale, pandemia e smart working, stiamo assistendo a un cambio di paradigma nel modo di agire delle aziende: non più incentrato sulla relazione potere-successo-profitto, ma attento a favorire una crescita economica sostenibile, equa e inclusiva.

E’ in corso un cambiamento radicale nel modo di fare azienda. Ciò è valido sia dal punto di vista produttivo (materie prime utilizzate, processi di riciclaggio dei rifiuti, impatto ambientale, ecc.), che del rapporto con il capitale umano e “intangibile”, cioè quell’insieme di fattori non materiali che consentono a un’impresa di differenziarsi dai propri concorrenti.  Ad esempio, la cultura aziendale, la proprietà intellettuale, il know-how, le competenze del management, la formazione, l’esperienza del personale, la fiducia nelle relazioni commerciali e di collaborazione.

In questa direzione, le imprese stanno rafforzando i propri investimenti ESG, riguardanti le tre aree Environmental (ambiente), Social (impatto sociale) e Governance (relazioni con gli stakeholder). Categoria all’interno della quale possono rientrare una pluralità di azioni da parte delle aziende. In primo luogo, ci sono interventi legati alla transizione energetica, alla decarbonizzazione e all’utilizzo di fonti rinnovabili, ma anche all’economia circolare. E poi iniziative orientate al sociale, come le pratiche di RSI (Responsabilità Sociale d’Impresa). Infine ovviamente, ma certo non in ordine di importanza, c’è il welfare aziendale, specialmente se implementato con azioni che riguardano il legame con gli stakeholder dell’azienda, dai dipendenti fino ai clienti e al territorio.

Il ruolo del welfare aziendale per l’Agenda 2030

In questa ottica il welfare aziendale può essere interpretato come uno strumento per il perseguimento di un modello di business più attento alle dinamiche di sviluppo sostenibile. Per welfare aziendale si intende quell’insieme di benefit, prestazioni e servizi che le imprese e i datori di lavoro mettono a disposizione dei propri collaboratori come integrazione della normale retribuzione. Tali misure sono pienamente coerenti con alcuni degli SDGs (Sustainable Development Goals) definiti dall’Agenda 2030 dell’ONU.

Tra questi ci sono, in prima battuta, gli Obiettivi 5 – Parità di genere, 8 – Lavoro dignitoso e crescita economica e 9 – Imprese, innovazione e infrastrutture. Per quanto riguarda il Goal 5, che si propone di raggiungere l’uguaglianza di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze, gli interventi delle imprese sono cruciali per favorire la diffusione di misure inerenti alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Basti pensare ai congedi parentali e familiari, alla flessibilità oraria e allo smart working, ma anche alle spese sostenute dalle imprese per le rette degli asili nido, la scuola e le attività ricreative per i bambini e i ragazzi. Tali interventi sono utili per favorire l’occupazione delle donne e, di conseguenza, contrastare in parte le disparità che persistono nel mercato del lavoro.

Il welfare aziendale è decisivo anche per gli Obiettivi 8, che si propongono di incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, e 9, con i quali si vuole costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione e un’industrializzazione responsabile e sostenibile. L’insieme delle misure e dei servizi messi dalle imprese a disposizione dei propri collaboratori rappresenta un elemento di profonda innovazione del rapporto lavorativo e dello scambio contrattuale. A differenza della retribuzione e degli altri istituti contrattuali, il welfare è infatti l’unico elemento all’interno della relazione azienda-lavoratore/trice che tratta un tema privato e personale, come quello del benessere appunto. In questo modo l’organizzazione economica si fa carico di aspetti del tutto nuovi, un tempo estranei al “normale” contratto di lavoro.

In seconda battuta, il welfare aziendale può poi essere rilevante per gli Obiettivi 3 (Salute e benessere) e 4 (Istruzione di qualità). Questo perché, attraverso gli interventi di welfare occupazionale, si contribuisce alla realizzazione di un sistema di protezione sociale integrativo in grado di fornire nuove risposte ai bisogni sociali. Attraverso piani di welfare strutturati le imprese – ma anche le parti sociali – hanno la possibilità di favorire la diffusione della sanità integrativa e di fondi settoriali e intersettoriali (cruciali per l’Obiettivo 3). Inoltre, le organizzazioni possono promuovere formule di formazione e di apprendimento per i loro collaboratori (e anche i loro figli) sostenendo percorsi di formazione e grazie al rimborso di attività scolastiche e universitarie (Obiettivo 4).

Le imprese e la mobilità sostenibile

I piani di welfare delle aziende possono anche favorire la mobilità sostenibile (tema fondamentale per l’Obiettivo 11 – Città e comunità sostenibili e l’Obiettivo 13 – Lotta al cambiamento climatico). Con questo termine si fa riferimento a tutte quelle azioni e pratiche finalizzate a ridurre gli impatti ambientali, sociali ed economici degli spostamenti. Gli interventi di mobilità sostenibile – che solitamente sono incentrati sull’utilizzo e la diffusione di mezzi a combustibili alternativi, ma anche sulla reinterpretazione degli spazi della città e del territorio – si propongono dunque di limitare l’inquinamento atmosferico e acustico, la congestione stradale e il traffico, gli incidenti, il consumo di suolo causato dalla realizzazione delle strade e infrastrutture e i costi degli spostamenti sia a carico della comunità, sia del singolo.

Le imprese sono soggetti fortemente interessati a contribuire al perseguimento di questi obiettivi. Come sostenuto dall’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ciò dipende in modo particolare dagli impatti generati dagli spostamenti tra le residenze dei lavoratori e la sede dell’azienda. Proprio per questo le aziende veramente attente alla sostenibilità potrebbero puntare su due strategie: l’implementazione del lavoro agile – il quale consente di spostarsi con una frequenza minore e quindi di ridurre i chilometri percorsi e l’inquinamento – e l’avvio di interventi legati alla mobilità sostenibile. In merito a quest’ultimo tema, la normativa che regolamenta il welfare aziendale prevede già oggi vantaggi fiscali per la predisposizione di servizi di trasporto collettivo (come sistemi di navette aziendali o interaziendali) e per l’acquisto e il rimborso di abbonamenti per il trasporto pubblico locale, regionale e interregionale (anche destinati ai familiari del lavoratore). Ma questo genere di pratiche rappresenta solo una delle possibilità che le aziende hanno per impegnarsi nell’ambito della mobilità. Soprattutto in seguito alla pandemia, molte organizzazioni hanno iniziato a investire nella realizzazione di piani finalizzati a semplificare e ottimizzare gli spostamenti dei dipendenti, attraverso azioni di mobility management.

Un nuovo approccio alle pratiche di sostenibilità in azienda

Le pratiche di welfare aziendale e gli investimenti nella conciliazione vita-lavoro sono una via strategica per le imprese per rafforzare il loro impegno nel campo della sostenibilità. Per il raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030 è infatti essenziale coinvolgere attivamente anche le realtà produttive. E il welfare aziendale è certamente un modo per farlo. Le tematiche in cui le aziende possono fare la differenza attraverso il welfare sono molte. Si va dal contrasto al lavoro povero all’educazione, dalla salute al benessere fisico e psicologico, dal sostegno all’occupazione e allo sviluppo economico all’innovazione organizzativa, dalla mobilità sostenibile e a ridotto impatto ambientale fino alla parità di genere e al work-life balance.

Ma non finisce qui. Il welfare aziendale permette di sperimentare anche nuove forme di collaborazione con gli stakeholder e di coinvolgimento della comunità. Spesso le pratiche di welfare sono realizzate attraverso la costituzione di reti e partnership che coinvolgono il tessuto produttivo locale, le parti sociali, i fornitori di servizi (e in particolare il Terzo Settore), gli esercenti locali. In questa direzione il welfare aziendale è un’opportunità per coinvolgere maggiormente il territorio, favorendo una logica basata su quello che Porter e Kramer hanno definito “shared value”, cioè valore (non solo economico) condiviso che si genera grazie alla collaborazione tra gli attori di un territorio.

Il welfare facilita la creazione di reti e, in questa direzione, incentiva l’azienda ad abbandonare ancora di più il suo essere monade isolata: la spinge ad aprirsi al territorio e a coinvolgere attivamente. Ed è per questo che tale fenomeno riesce a intercettare le varie sfaccettature del concetto di sostenibilità, divenendo imprescindibile per ogni organizzazione che voglia definirsi responsabile sotto il profilo ambientale e sociale.

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