Sport e sostenibilità: dalle olimpiadi ai campetti di provincia
Come può lo sport diventare sostenibile? Le strade sono tante: dall’attenzione ecologica dei grandi eventi e dei massimi campionati fino all’impatto sociale delle attività di base.
di Paolo Riva, Percorsi di secondo welfare
Alle ultime Olimpiadi, anche l’oro delle medaglie era riciclato. Le 5.000 medaglie distribuite durante i giochi olimpici estivi di Tokyo 2021 (originariamente previsti per il 2020, ma poi posticipati a causa della pandemia di Covid-19) sono state infatti realizzate con i minerali estratti da quasi 79.000 tonnellate di rifiuti elettronici, compresi cellulari, macchine fotografiche, pc e tablet. Non si è trattato dell’unica mossa ecologista dell’evento: il Comitato organizzatore dei giochi giapponesi ha utilizzato molto le energie rinnovabili e i veicoli elettrici, ha voluto i letti del villaggio olimpico in cartone riciclato e ha realizzato i podi delle premiazioni grazie a stampe 3D ottenute da rifiuti plastici.
Quella delle medaglie, però, è forse una delle iniziative più forti simbolicamente se si vuole parlare dei legami che uniscono sport e sostenibilità. E che non riguardano solo i grandi eventi internazionali.
Lo sport – infatti – “è un forum unico per l’azione e la riflessione per trasformare le nostre società”, ha dichiarato la direttrice generale dell’Unesco Audrey Azoulay nel 2017. In quell’anno, durante la sesta conferenza internazionale dei ministri e alti funzionari responsabili per l’educazione fisica e lo sport, l’organizzazione ha reso operativo il piano di Kazan, un accordo globale che unisce le politiche sportive e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030.
Lo sport, in realtà, non è l’oggetto esclusivo di nessuno dei 17 obiettivi indicati dalle Nazioni Unite, ma, come ha spiegato l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – ASvIS, “interviene su molti dei goal fissati: garantisce una vita sana e promuove il benessere di tutti, garantisce istruzione di qualità, uguaglianza di genere, promuove la crescita economica e il lavoro dignitoso, riduce le disuguaglianze tra i paesi, rende le città resilienti, sicure e sostenibili ed infine promuove le società pacifiche”.
Tutto ciò vale sia per i grandi eventi con stelle e campioni sia per l’attività di base, quella che milioni di giovani e meno giovani praticano anche in Italia. Ma cominciamo dai grandi appuntamenti, che non sempre affrontano la sostenibilità con la serietà che meriterebbe.
La sostenibilità delle Olimpiadi e quella degli stadi
Secondo uno studio del 2021 sulle olimpiadi, per esempio, “non esiste una valutazione sistematica” della sostenibilità dei giochi olimpici e, in base a un nuovo modello applicato dai ricercatori dell’Università di Losanna, tra 1992 e 2020 “la sostenibilità complessiva dei Giochi Olimpici è diminuita nel tempo”. L’edizione italiana di Torino 2006 si è classificata al sesto posto su sedici olimpiadi valutate e, proprio ora che stanno partendo i lavori per i prossimi giochi invernali di Milano e Cortina 2026, viene da chiedersi come si comporterà questa volta il nostro Paese.
Passando dai cinque cerchi al campo da calcio, l’Italia si è fatta notare perché la Lega Serie A è stata la prima lega calcistica scelta dall’UEFA per realizzare un progetto pilota finalizzato alla definizione di una chiara strategia di sostenibilità entro la stagione 2023/2024, quella appena partita.
La strategia, spiega la Lega sul suo sito, è “declinata su 11 policies: antirazzismo, tutela dell’infanzia e della gioventù, uguaglianza e inclusione, calcio per tutte le abilità, salute e benessere, sostegno ai rifugiati, solidarietà e diritti, economia circolare, tutela del clima, sostenibilità degli eventi e sostenibilità delle infrastrutture. Per ognuna delle singole aree di interesse, sono stati delineati obiettivi ambiziosi e solidi da perseguire entro il 2030, elaborando programmi e sviluppando progetti ad hoc, nel rispetto delle linee e dei principi dettati dalla UEFA”.
Il lavoro da fare è tanto, a cominciare dagli spazi in cui si gioca. Alcuni stadi italiani sono all’avanguardia, come la Dacia Arena dell’Udinese da poco ristrutturata e completamente alimentata da energie rinnovabili, ma la maggior parte è datata e quindi inefficiente. E questo non riguarda solo le categorie superiori del calcio.
Come ha scritto il mensile di Legambiente La Nuova ecologia, “in Italia sono circa centomila gli impianti in cui si praticano discipline sportive: non solo stadi, ma anche palazzetti per il basket e la pallavolo, arene di atletica leggera, autodromi, piscine, piste da sci. Strutture in larga parte “vecchie”, considerato che per oltre il 60% risalgono a prima del 1980, e dispendiose sul piano energetico. Ogni anno, secondo le stime dell’Istituto di credito sportivo, questa inefficienza produce emissioni climalteranti e uno sperpero pari a più di 800 milioni di euro”.
Volontari e impatto sociale
Se la questione delle infrastrutture sportive nel nostro Paese si lega soprattutto a un discorso di sostenibilità ambientale, ci sono altri elementi dello sport italiano che toccano anche ulteriori aspetti della sostenibilità, come quello sociale.
Per esempio, come spiega l’Istat, “il settore dello sport raccoglie il 32,9% delle istituzioni non profit” italiane. Qui, ovviamente non stiamo parlando di Milan, Juventus o Roma, ma delle società dilettantistiche. Secondo l’istituto nazionale di statistica, sono più di 119.000 le realtà non profit, in larghissima parte animate da volontari, che consentono di praticare sport a minori e adulti in tutto il Paese e che, come diceva la direttrice dell’Unesco, contribuiscono a “trasformare la nostra società”. “Lo Sport e l’attività motoria – infatti – sono strumenti che, per via diretta, promuovono l’inclusione sociale, il contrasto della xenofobia, la solidarietà, educazione alla legalità e che, per via indiretta, hanno impatti di coesione sociale”, scrive Sport e Salute.
Sport e Salute è la Società dello Stato e la struttura operativa del Governo per la promozione dello sport e ha finanziato il progetto RIUNISCI, per individuare “una metodologia scientifica che consenta di raccogliere, analizzare e valutare il ruolo dello sport nell’avviare processi di inclusione sociale”.
I risultati dell’iniziativa sono stati pubblicati lo scorso marzo e hanno individuato i cambiamenti prodotti su persone e comunità sia in relazione agli indicatori di benessere equo e solidale (BES), sia in relazione agli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs) individuati dall’Agenda 2030 (salute e benessere, uguaglianza di genere, riduzione delle diseguaglianze e costruzione di città sostenibili).
Inoltre, spiega Sport e Salute sul suo sito, “la ricerca è riuscita a tradurre in euro i benefici prodotti, utilizzando come riferimento alcuni indicatori di valore in termini monetari, come il costo di una visita medica o un corso di formazione sulle abilità sociali, o ancora il costo medio della psicoterapia. Vale infatti 2,42 l’indice SROI– ossia, di ritorno sociale degli investimenti – di quanto promosso e investito dagli enti di promozione sportiva in Italia”.
Una leva di socialità
Nell’ambito del progetto, un sondaggio è stato somministrato a 6.300 persone tra uomini e donne che praticano sport, tra cui famiglie di ragazzi e ragazze adolescenti, allenatori e preparatori atletici. Dalle risposte è emerso come lo sport di base sia non solo “uno strumento di benessere fisico”, ma anche e soprattutto “una leva di socialità”.
L’85% degli atleti e delle atlete, infatti, partecipa a eventi ricreativi connessi alle attività sportive, l’82% dichiara l’assenza di linguaggio discriminatorio, più di 8 su 10 dichiarano un miglioramento del benessere mentale, l’84% delle famiglie intervistate dichiara di passare maggior tempo di qualità coi propri figli grazie allo sport, e il 66% – sempre grazie allo sport – ha partecipato a iniziative a vantaggio del proprio quartiere di residenza.
Insomma, sui campi con poca erba dei paesi o nelle palestre fredde di periferia non si vinceranno le medaglie d’oro riciclato delle olimpiadi giapponesi, ma la sostenibilità dello sport la si vede lo stesso. E forse ancor di più.